I mille volti del Nebbiolo

di Paolo Colombo

Da buon piemontese, potevo forse scrivere il mio primo post sul vino non parlando del Nebbiolo?

Se oggi il Nebbiolo è coltivato prevalentemente in Piemonte e in pochissime altre aree della nostra Penisola, testimonianze storiche sembrano parlare di una diffusione ben più ampia in passato. L’uva nera detta Nubiola viene infatti descritta nel primo Trecento dall’agronomo bolognese Pier de’ Crescenzi, che la celebrava come “uva meravigliosamente vinosa” e “molto lodata nella città di Asti e da quelle parti”. Un vitigno che ha quindi origini antiche. Si dice sia nato sulle colline delle Langhe, anche se nei documenti è menzionato per la prima volta come “Nibiol” in un carteggio del 1266 e riferito al territorio di Rivoli, all’imbocco della valle di Susa.

Il Nebbiolo ha poi conosciuto una significativa regressione, in particolare a seguito della triplice ondata di malattie. Oidio, peronospera e alla fine la piaga della fillossera che, tra metà Ottocento e primo Novecento, investirono tutta la viticoltura europea minacciandone la sopravvivenza. Il Nebbiolo non è di semplice coltivazione. Richiede una buona esposizione al sole, terreni particolari e molta attenzione in vigna. In quel momento storico i vignaioli preferirono sostituirlo con delle viti più forti, resistenti e facili da allevare. Non scomparve però, fortunatamente, dalla sua terra d’origine, quella terra che con le sue nebbie mattutine si dice gli abbia dato il nome.

Langhe

Che sia nato o meno nelle Langhe, quel che è certo è che qui il Nebbiolo ha trovato il suo terroir d’elezione. Prodotto in tutta la zona, e nel confinante Monferrato, raggiunge il suo apice in quegli 11 comuni che dalle sue uve in purezza possono produrre Barolo, e in quei 4 in cui si può invece produrre Barbaresco. Un’area in cui terreno e microclima sono così variegati che per il Barolo sono previste oggi oltre 180 MGA (Menzione Geografica Aggiuntiva, corrispondente al Cru francese): Brunate, Lazzarito, Bussia, Cannubi, solo per citarne alcune tra le più note. Nomi che vengono riportati in etichetta per evidenziare delle differenze che, in alcune annate, sono molto marcate.
E proprio sui molti nomi del Nebbiolo si apre un capitolo interessante.

Spanna

Lo trovate come Spanna sulle colline novaresi e vercellesi, dove è impiegato in purezza o in uvaggio con gli autoctoni Uva Rara e Vespolina per creare capolavori troppo poco conosciuti nelle varie DOC di Fara, Sizzano, Boca, Bramaterra, Lessona, Coste della Sesia e nelle DOCG di Ghemme e Gattinara. Qui il fresco delle vicine Alpi, mitigato dalla presenza del Lago Maggiore e del Lago D’Orta, unito al terreno acido del supervulcano della Valsesia, ci donano vini freschi, eleganti, dal tannino spesso già piacevole in gioventù. La complessità arriva da una lunga presenza sulle bucce e una successiva maturazione in legno, per ottenere vini capaci di un lungo invecchiamento. Degustate i prodotti di piccole cantine d’eccellenza come Francesca Castaldi o Antoniolo per apprezzare lo stile originario di queste terre.

Prunent

Poco più a nord, nelle valli ossolane, lo chiamano Prunent. Un nome già citato in testi del 1300 e che si ritiene derivi dalla parola prugna in dialetto locale: uno dei sentori tipici di questo vino. Quasi scomparso a causa della fillossera, è poi stato riscoperto recentemente ed è forse l’espressione del Nebbiolo meno conosciuta, ma non per questo da sottovalutare. Un progetto del consorzio vini ossolani ha infatti recuperato anche viti centenarie e a piede franco con cui si producono vini eccellenti (e rari) come il Dieci Brente delle Cantine Garrone.

Chiavennasca

Il fatto che il Nebbiolo sia di difficile allevamento rende ancor più sorprendente il trovarlo sui pendii scoscesi della Valtellina, dove viene chiamato Chiavennasca. Più precoce rispetto al parente delle Langhe, il vino ha qui caratteristiche molto diverse non solo a seconda delle zone (Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella: tutte incluse in una striscia di 50 km), ma anche delle altitudini a cui vengono coltivati i vigneti, tra i 300 e i 700 metri. La valle crea diversi microclimi e la terra ha composizioni molto variegate, tanto che ogni vigneto o addirittura parte di vigneto ha sue caratteristiche peculiari. Ci ricorda un po’ i Lieux-dits della lontana Borgogna. Non a caso Nino Negri, una delle maggiori cantine valtellinesi, ha recentemente lanciato una linea “Nebbiolo di Montagna” per valorizzare alcune sue vigne, tra cui il Sassorosso Valtellina superiore DOCG Grumello che ho apprezzato per la sua estrema eleganza.

Picotener

Ancora, spostandoci in Valle d’Aosta, incontriamo il Picotener (abbiamo parlato della viticoltura valdostana in questo precedente post). Ritenuto originario del Canavese, zona del Piemonte orientale in cui si produce il Carema DOC, il vitigno ha preso piede in montagna nonostante rese inferiori, basso vigore vegetativo e minor potenziale di invecchiamento, grazie a una resistenza maggiore ai climi freddi. Un Nebbiolo estremamente raro se comparato con i biotipi Michet e Lampia, tipici delle Langhe, ma anche più pronto, vellutato, con la caratteristica intensità ed ampiezza di questo favoloso vitigno.

Conclusioni

Non abbiamo ancora citato il Monferrato, dove il Nebbiolo trova grandi espressioni e mantiene il suo nome tranne rari casi: la cantina Coppo di Canelli, che vi consiglio di visitare non solo per gli ottimi vini, ma anche perché è parte delle “cattedrali sotterranee”, è una tra le poche che, per ragioni storiche, è autorizzata a produrre Barolo al di fuori delle Langhe.

E’ difficile racchiudere in così poche righe un panorama ampio e complesso come quello dei vini a base Nebbiolo. Prendete questo breve scritto come una prima panoramica che andremo ad approfondire nel tempo, un articolo dopo l’altro.

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