Pigato: un vino dalle grandi prospettive

di Mirco Gazzera

Il Pigato è senza dubbio uno dei vitigni più celebri coltivati in Liguria, da cui si ottengono degli ottimi vini di pronta beva. Negli ultimi anni, però, si sta scoprendo anche un importante potenziale evolutivo di questi prodotti permesso dall’acidità e dal ricco contenuto di polifenoli delle uve con cui sono realizzati.

Proprio la valutazione del potenziale di invecchiamento dei vini ottenuti con questo vitigno è stata al centro di una Masterclass, che si è tenuta lo scorso 23 marzo ad Albenga (SV), dal titolo “Pigato, il vitigno bianco più rappresentativo del Ponente Ligure”. L’organizzatore dell’evento è Vite in Riviera, una rete di aziende vitivinicole e olivicole che hanno l’obiettivo di valorizzare e promuovere i prodotti tipici del territorio della Riviera ligure di Ponente.

Ecco i risultati emersi dalla Masterclass preceduti da qualche cenno sulle caratteristiche del vitigno protagonista.

Le prime di Vite in Riviera

Caratteristiche del Pigato

Il nome “Pigato” deriva dalla parola del dialetto ligure “pigà” o “pigau” e significa macchiato. Il termine si riferisce alla tipica presenza di macchie rugginose sugli acini.

Come riporta il Catalogo nazionale delle varietà di vite, questo vitigno predilige luoghi ben soleggiati, specie se in prossimità del mare o sulle colline più alte. Il suo utilizzo è previsto nell’ambito del disciplinare di produzione della Denominazione di Origine “Riviera Ligure di Ponente”, in cui riveste un ruolo molto importante insieme al Vermentino.

Masterclass

Sono otto le diverse espressioni di Pigato degustate, “alla cieca”, durante la Masterclass tenuta da Jacopo Fanciulli, brand ambassador di Vite in Riviera:

  • quattro vini dell’ultima annata disponibile, provenienti da zone diverse del Ponente Ligure;
  • altri quattro vini prodotti nelle stesse zone, ma di annate diverse (dal 2017 al 2022).
Tavolo degustazione Masterclass su vini Pigato

Pigato dell’ultima annata

Tra i vini della nuova annata 2024 ci sono state delle differenze aromatiche apprezzabili, anche dovute alla diversa composizione del suolo di coltivazione.

ProdottoZona di provenienza e suoloPrincipali note olfattive
Vino 1 Savona (terreno fluviale alluvionale sabbioso)Pesca ed erbe aromatiche mediterranee
Vino 2Albenga (terreno fluviale)Fiori bianchi e pesca matura
Vino 3Albenga (terreno argilloso e calcareo in collina)Banana e pesca matura
Vino 4Camporosso (terreno calcareo prealpino)Limone e fiori bianchi

Pigato di annate precedenti

Le maggiori sorprese sono arrivate dalle bottiglie prodotte in annate precedenti. In alcuni casi, infatti, sono emerse anche delle interessanti note olfattive di idrocarburo, che caratterizzano alcuni importanti vitigni bianchi internazionali con potenziale evolutivo, come il Riesling.

ProdottoCaratteristichePrincipali note olfattive
Vino annata 2019Terreno argilloso posto in altitudinePesca matura, erbe aromatiche e idrocarburo
Vino annata 2022 Terreno argilloso e maturazione del vino in barrique d’acaciaPesca, mela e miele
Vino annata 2017Terreno calcareoTè bianco essiccato, zafferano e idrocarburo
Vino annata 2021 Terreno calcareo e maturazione del vino in legnoEucalipto e idrocarburo

Un potenziale da valorizzare

La Masterclass ha dimostrato un grande potenziale per il Pigato che, a seconda dell’annata, del suolo di coltivazione e del processo di vinificazione (in acciaio o con utilizzo anche del legno), esprime caratteristiche sensoriali variegate, senza perdere la sua identità mediterranea.

Una capacità evolutiva, esaltata anche da un utilizzo sapiente del legno, che può donare ai vini ottenuti con questo vitigno un’ottima versatilità da sfruttare anche negli abbinamenti gastronomici.

Lo sviluppo del patrimonio vitivinicolo del Ponente Ligure passa non solo dalla valorizzazione di alcuni vini rossi, come la Granaccia, ma anche da un modo diverso di concepire il Pigato, che può esprimersi al meglio dopo alcuni anni dall’imbottigliamento.

Un pensiero riguardo “Pigato: un vino dalle grandi prospettive

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  1. Sempre interessanti queste degustazioni comparative. A volte si impara da esse più che da un intero corso teorico.
    Ma devo dire che da questo tipo di degustazione, come quella ben descritta nell’articolo, in cui il confronto fra i vini viene rapportato alla diversa provenienza delle uve e quindi dei suoli, ne sono sempre uscito con dei dubbi, dato per scontato che il 90% e più delle cantine utilizzano lieviti selezionati.
    Il professore Attilio Scienza, in un interessante corso tenuto proprio qui alla SIS, ci ha spiegato che i profumi del vino sono il risultato di un’interazione dinamica e complessa tra il suolo (come parte del terroir), il vitigno e i processi fermentativi, con un ruolo preminente giocato dai lieviti. Il suolo crea le condizioni per la crescita della vite e la maturazione dell’uva, influenzando la composizione dei precursori aromatici. Tuttavia, è durante la fermentazione che questi precursori vengono trasformati e si sviluppa la maggior parte dei composti aromatici che percepiamo nel vino. Dunque, l’uso di diversi lieviti, sempre più selezionati, sempre più specializzati, sempre più omologanti, in che misura influenzano, se non proprio alterano, l’analisi comparativa che andiamo a fare?
    Non ho una risposta, solo perplessità.

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