di Mirco Gazzera
In campo vitivinicolo, la Liguria è nota, soprattutto, per i suoi vini bianchi (Vermentino e Pigato, in primis). Tuttavia, esiste anche un’interessante produzione di vini rossi e rosati, protagonisti dell’evento “Granaccia & Rossi di Liguria“, che si è tenuto lo scorso 17 ottobre nel Palazzetto dello Sport di Quiliano (SV). A questa diciannovesima edizione hanno aderito 60 cantine liguri e, complessivamente, erano disponibili oltre 150 etichette in degustazione.
La manifestazione è stata organizzata da Vite in Riviera, una rete di aziende vitivinicole e olivicole che hanno l’obiettivo di valorizzare e promuovere i prodotti tipici del territorio del Ponente Ligure.
Oltre ai banchi d’assaggio e ad altre iniziative aperte al pubblico, di grande interesse è stata la Masterclass, su invito, dal titolo “Rossi di Liguria: mediterranei, eroici, rari e di grandi potenzialità”, alla quale sono stati invitati quattro esperti degustatori che collaborano con importanti guide del settore. Questo evento di approfondimento ha offerto l’occasione per analizzare l’approccio che ciascuna guida adotta nella valutazione dei vini.
Granaccia: un vitigno mediterraneo
Prima di parlare della Masterclass, una breve premessa sulla protagonista dell’evento: la Granaccia, un vitigno internazionale di origine spagnola (Alicante) diffuso, soprattutto, in Spagna (Garnacha) e in Francia (Grenache), oltre che in varie regioni italiane con nomi differenti come Cannonau (Sardegna), Tai Rosso (Veneto) e Trasimeno Gamay (Umbria).
La Granaccia sembra sia sbarcata a Quiliano (SV) durante il XVIII secolo, grazie ad alcune famiglie locali che intrattenevano rapporti commerciali con la Spagna, dove avevano acquistato terre e vigneti. L’utilizzo di questo vitigno è previsto, attualmente, nel disciplinare della Riviera Ligure di Ponente DOC e delle Colline Savonesi IGT.
Masterclass: l’approccio delle guide a confronto
Alla Masterclass di apertura della manifestazione hanno partecipato quattro esperti degustatori, in rappresentanza delle rispettive guide:
- Gianni Fabrizio, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso;
- Jonathan Gebser, vicecuratore di Slow Wine;
- Daniele Bartolozzi, collaboratore per la Liguria della guida Vinibuoni del Touring Club;
- Erika Mantovan, coautrice della Guida Essenziale ai Vini d’Italia di Doctor Wine.
La discussione è stata condotta da Jacopo Fanciulli, brand ambassador di Vite in Riviera, che ha chiesto agli esperti di descrivere, prima di iniziare la degustazione, i principali criteri adottati dalla guida d’appartenenza per valutare un vino.

Cosa valutano le guide
I rappresentanti delle guide sono stati concordi su due aspetti fondamentali da valutare in un vino:
- la qualità, intesa come assenza di difetti, anche se divenuti ormai molto rari nel contesto vitivinicolo attuale;
- la territorialità, ossia l’aderenza del prodotto alle caratteristiche tipiche del vitigno e del territorio di provenienza.
Jonathan Gebser di Slow Wine ha sottolineato, inoltre, l’attenzione che la sua guida dedica al rispetto dell’ambiente, che porta a escludere dalla valutazione aziende che praticano il diserbo, per esempio. Nell’ottica del Touring Club, invece, Daniele Bartolozzi ha evidenziato la scelta di considerare solo vini prodotti con vitigni autoctoni (fra i quali è considerata anche la Granaccia, visto il forte legame con alcune regioni italiane) e l’importanza attribuita alla piacevolezza di beva del prodotto.
Vini in degustazione
Gli esperti degustatori sono stati chiamati a esprimere le loro impressioni su 12 vini di diverse annate:
- Granaccia della cantina Innocenzo Turco di Quiliano (SV):
- Granaccia Trexenda della cantina Viarzo di Quiliano (SV);
- Granaccia Dru della cantina RoccaVinealis di Roccavignale (SV);
- Rossese di Albenga della Vecchia Cantina Calleri di Albenga (SV);
- Rossese di Dolceacqua della cantina Ramoino di Chiasavecchia località Sarola (IM);
- Ormeasco di Pornassio della cantina A Maccia di Ranzo (IM);
- Ormeasco di Pornassio “Nirasco” della Cascina Nirasca di Pieve di Teco (IM);
- Ciliegiolo della cantina PinoGino di Castiglione Chiavarese (GE);
- Vermentino Nero della cantina Lunae Bosoni di Luni (SP);
- Blend “Atrum” della cantina Bondonor di Luni (SP);
- Blend “Belkerus” della cantina Viticoltori Ingauni di Ortovero (SV).
Fra i vini prodotti in purezza con la Granaccia, gli esperti hanno ritenuto che quello migliore fosse il vino “di altura” realizzato, dalla cantina RoccaVinelias di Roccavignale (SV), con uve provenienti da vigneti che si trovano a 400-500 metri sopra il livello del mare. Un prodotto “ruspante, ma di carattere”, fine, completo e con una freschezza (acidità) piacevole, a giudizio del gruppo di degustatori. Solo Jonathan Gebser, vicecuratore di Slow Wine, si è espresso in senso contrario, ritenendo eccessivo l’uso del legno nella produzione di questo vino.

Prospettive future per i rossi liguri
Lo spazio di crescita per i vini liguri sembra davvero ampio e passa dalla valorizzazione anche dell’importante patrimonio di vini rossi e rosati della regione. In questo contesto, manifestazioni tematiche come quella che si è tenuta a Quiliano giocano un ruolo fondamentale nel diffondere la conoscenza di questi prodotti fra ristoratori, sommelier e semplici appassionati.
A livello internazionale, una prestigiosa vetrina è costituita dal concorso Grenaches du Monde rappresentato a Quiliano da Enzo Scivetti, referente unico per l’Italia. Alcuni dei vini in degustazione sono già stati premiati nell’ultima edizione di questo importante concorso. Ci sono tutti i presupposti, dunque, affinché la Liguria possa dire la sua in un comparto, quello dei vini rossi e rosati, dove i produttori della regione hanno grandi potenzialità da esprimere.