Parla come bevi: la grammatica del vino

di Claudio Trinca

Leggere una carta dei vini a volte comporta il rischio di fare figure imbarazzanti. Altre volte a essere imbarazzante è la stessa carta dei vini per come è stata scritta. La fonetica e la grammatica delle denominazioni sono date per scontate, ma andrebbero curate meglio.

Scrivi responsabilmente

Iniziamo dalla scrittura. Andiamo a vedere come si scrivono i nomi dei vini e dei relativi vitigni. C’è molta anarchia, anche laddove non dovrebbe esserci, ossia in un ristorante o peggio in un’enoteca. Ho visto cose che voi astemi non potete immaginare. Gli errori più diffusi riguardano le maiuscole e le minuscole. Vediamone subito l’uso corretto.

Nome del vitigno

Va sempre scritto in minuscolo. Questo perché morfologicamente è considerato un sostantivo maschile. Quindi scriveremo: il (vitigno) sangiovese, il primitivo, il trebbiano, il pinot nero. Nel caso in cui il nome del vitigno comprenda il nome di una località, questa, e solo questa, andrà in maiuscolo: il nero d’Avola, la malvasia di Candia, il moscato di Scanzo.

Un’eccezione va fatta per i vitigni tedeschi, dovendo rispettare la loro grammatica. Questa obbliga la maiuscola anche per i sostantivi, per cui i loro vitigni li scriveremo sempre con l’iniziale maiuscola: il Riesling, il Blauburgunder, il Müller-Thurgau e il Kerner.

Nome del vino

Va sempre scritto in maiuscolo. Così abbiamo che da una vigna di moscato bianco produrremo il Moscato d’Asti e dal primitivo ricaveremo il Primitivo di Manduria o il Gioia del Colle Primitivo, tanto per fare due esempi su tanti. Questo perché il nome di un vino non è altro che l’abbreviazione del suo nome proprio, ovvero della sua denominazione ufficiale: il vino Arneis prodotto nel Roero è per esteso il Roero Arneis (DOCG), anche questo un esempio su tanti.

Denominazioni

I nomi, ovvero le denominazioni dei vini, sono dunque sempre scritte con l’iniziale maiuscola e mai al plurale. In Veneto e in Friuli si producono i Prosecco, in Piemonte i Barolo e i Barbaresco, in Liguria e in Sardegna i Vermentino, mentre in Campania le Falanghina. Non solo. Una denominazione è composta da più parti che devono seguire un preciso ordine, in accordo ad alcune regole che spesso vengono disattese non per pigrizia, ma per semplice ignoranza delle stesse. Vediamole.

Nello scrivere le DOP (DOC e DOCG) deve essere sempre indicato per primo il nome della denominazione, eventualmente seguito dalle altre informazioni. Si hanno le seguenti costruzioni, che sono rigide:

  • denominazione esempio: [Roero Arneis (DOCG)];
  • denominazione + annata esempio: [ Roero Arneis 2020];
  • denominazione + nome di fantasia + annata esempio [Roero Arneis Bricco delle Ciliegie 2022];
  • denominazione + tipologia (Classico, Superiore, Sottozona, Passito, ecc.) + annata esempio: [Chianti Superiore 2021 oppure Romagna Albana Passito 2019];
  • denominazione + tipologia + nome fantasia + annata esempio: [Romagna Albana Passito Scaccomatto 2020].

Attenzione: Riserva + annata. La tipologia Riserva deve essere sempre unita all’annata (se indicata) e non va mai separata: errato scrivere Roero Arneis Riserva San Vincenzo 2020, corretto invece Roero Arneis San Vincenzo Riserva 2020.

Per problemi di spazio tralascio la nomenclatura dei vini IGT, ne parlerò eventualmente in un articolo dedicato.

Genere del vino

Scrivendo il nome di un vino la regola di base chiede l’uso del maschile. Ma se risulta spontaneo usare l’articolo determinativo maschile per il vino Barolo o per il Nero d’Avola, che terminano in -o, un po’ meno lo è per quei vini terminanti in -a. Come scriveremo il nome di certi altri vini, il Malvasia o la Malvasia? Il Bonarda o la Bonarda? Ebbene, per dirimere la questione è stata interpellata l’Accademia della Crusca, la quale ha autorizzato entrambi gli usi. La spiegazione fornita dal prof. Marco Biffi dell’Accademia è invero un po’ lunga e articolata, evito di riportarla, ma tant’è. Sentitevi liberi di chiedere una Barbera o un Barbera, nessuno potrà bacchettarvi.

Genere del vitigno

Il discorso appena fatto vale anche per i vitigni. Generalmente maschili, ma il citato prof. Biffi si rifà al blasone letterario che i nomi di alcuni vitigni hanno acquisito nei secoli, per concederci l’assenso accademico a continuare a usarli al femminile. Lui ha citato come esempi la vernaccia e la malvasia, vitigni già al femminile ai tempi di Dante e Boccaccio, e la tradizione, in questi casi, prevale sulla regola grammaticale. E femminili saranno i nomi dei vini che se ne ricavano.

Tabella in un’enoteca che ironizza sulla difficoltà del nome del Gewürztraminer

Parla come bevi

Veniamo alla fonetica per cavarcela fra dittonghi, accenti dispettosi e sillabe mute quando proviamo a leggere le denominazioni. Qua il rischio è di scivolare nel comico, ricordando Totò quando ordina al cameriere una bottiglia di Mo’ esce Antonio (Moët & Chandon).

E partiamo proprio dallo Champagne, che come nome di vino va sempre scritto con la maiuscola, ora lo sappiamo. La sua pronuncia dev’essere quella francese, <sciampàgn’> evitando come la peste l’anglicismo <sciampéin> o l’italico <sciampàgna>.

Tedesco

Il nome del vino dalla fonetica più famigerata è il Gewürztraminer, che qualcuno riesce a pronunciare correttamente solo dopo il terzo bicchiere. Il nome Gewürztraminer è composto, Gewürz + Traminer, tradotto è Traminer Aromatico. Può essere scritto anche senza la Umlaut (i due puntini) sulla u, ma questo comporterebbe un importante distinguo: Gewurztraminer è la grafia francese (si riferisce agli ottimi alsaziani), mentre Gewürztraminer riguarda quelli di tutta l’area tedesca. Ma come si legge? La sillaba “wü” è pronunciata come “vuu”, con la u leggermente più lunga, e la “Ge” va letta ghe: <ghevuurz-tramìner> . E se vi risulta ancora difficile, chiedete un Traminer Aromatico. E mi raccomando, Tramìner e non Tràminer. Alla peggio, dite Termeno Aromatico.

Altri vini. Grüner Veltliner (valtellinese verde). Qui la ü è un po’ più lunga della “u” e va pronunciata con le labbra vicine. La “v” di Veltliner è invece pronunciata come una “f”: <gruuner feltliner>. Il Riesling, per restare i Germania, è il più semplice: in questo caso l’accento cade sulla prima sillaba “ie”, che si pronuncia “i”, quindi direte: cameriere, un <rìsling> per favore.

Spagnolo

Nei Paesi baschi è atroce ordinare il loro vino più tipico, il Txakoli. Ci viene in aiuto la fonetica basca che ci dice di pronunciare “cià” le tre lettere “txa” e ponendo l’accento sulla “i” finale. Dunque a Bilbao ordinerete il <Ciacolì>.
La DO Rias Baixas: qui è il galiziano a dirci che il suono della “x” corrisponde al nostra “sc” di sciare. Assaggiateli i vini della <rìas bàiscias>, a me sono piaciuti molto.
Il Tempranillo presenta la classica doppia elle spagnola, che leggeremo “gli” <tempranìglio> ponendo l’accento sulla terza sillaba. Lo Xarel·lo ha un curioso punto fra le due elle che i catalani pongono per ricordare che vanno pronunciate separate <Sciaréllo> e non <Sciaréglio>.

Francese

Il Sémillion. In questo caso la doppia elle si pronuncia “gli”, la “n” finale svanisce e l’accento è alla francese, cioè tronco: <semigliò>. Il Viognier si pronuncia <viogné>, perde la lettera “r”, mentre il costoso Sauternes perde la “es” finale, e le lettere “au” sono pronunciate “o”, per cui se non ci spaventa il costo, ordineremo un <sotèrn>. Se vi piace il Vin Jaune del Jura, a Parigi non ordinate un <vè ʒen>, vi porterebbero un vino giovane. Il vino ossidativo tradizionale del Jura è <vè ʒon>

Il Beaujolais Nouveau è il popolare vino novello francese. La pronuncia corretta in questo caso è <bojolé nuvó>”. Le lettere “eau” si pronunciano come una “o” in italiano, e l’ “ais” finale di Beaujolais si pronuncia come “é”.

La prima sillaba iniziale del nome Chablis si pronuncia “scia” lo leggeremo <sciablì>”, rigorosamente accentato alla fine. L’ottimo Chenin Blanc della Loira suona più o meno così <scéné blà>. Il Sauvignon Blanc lo pronuncerete <sovignó blà>.

Sancerre. Tanti ci cascano, forse pensando al nome di un santo, ma la pronuncia esatta è <sónsèr> con accento tronco, e non <sansèr>, come mi è capitato di sentire più volte.
Che dire, mi dicono che con i vini francesi basta ignorare l’ultima lettera e accentare l’ultima sillaba. Ma questa è una regola da bignami, piuttosto scivolosa, perché se è valida per il Muscadet <muscadè> o per il Merlot <merló> non vale per altre denominazioni d’oltralpe, tipo Pauillac che leggeremo <po·jàc>, quindi pronunciando la c finale.

Potrei continuare, ma devo fermarmi. D’altronde questi articoli non hanno la pretesa d’essere esaustivi, ma servono a proporre argomenti stimolanti per il lettore, ancor meglio se studente, e spingerlo ad approfondire con curiosità il mondo della sommellerie, anche nei dettagli. Ricordando che i dettagli fanno la perfezione, e la perfezione non è un dettaglio.

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