di Claudio Trinca
Che il Piemonte sia la regione che ha dato più lustro alla spumantistica italiana non tutti lo sanno. Come pochissimi sono a conoscenza che il primo spumante Metodo Classico prodotto in Italia fu realizzato non in Trentino o in Franciacorta, tantomeno nell’Oltrepò Pavese, ma proprio in Piemonte, precisamente a Canelli, nel 1865, all’interno delle cantine dei fratelli Gancia. Questo primo champagne piemontese a base di uve moscato diede l’avvio a una lunga tradizione spumantistica regionale che venne apprezzata nel resto della penisola, in Europa e nell’America della grande migrazione italiana. Giulio Ferrari e Guido Berlucchi erano ancora due sconosciuti.
Purtroppo l’epopea dei grandi rossi piemontesi ha inevitabilmente offuscato questa tradizione che, tuttavia, non si è mai fermata. Per anni i produttori piemontesi sono rimasti impegnati nel Progetto Spumante Metodo Classico in Piemonte. La loro ostinata passione è stata premiata con il riconoscimento della DOC Alta Langa nel 2002 e all’approvazione della DOCG Alta Langa nel 2011.
Vitigni d’oltralpe e autoctotoni
I primi produttori di spumante piemontese, Carlo Gancia compreso, avevano come modello lo Champagne. E da questa regione importarono inizialmente le tecniche, ma dopo qualche deludente esperimento con gli autoctoni finirono con importare anche i vitigni, il pinot nero e lo chardonnay, che ben si adattarono al clima fresco e ai terreni calcareo argillosi dell’Alta Langa.
Ma l’dea di spumantizzare uve autoctone piemontesi non è stata mai abbandonata. Nell’ultimo decennio, un gruppo di viticoltori, dal Novarese al Cuneese, si sono cimentati nella produzione di spumanti puntando sul nebbiolo. Con costante dedizione, si è cercato di dar vita a a uno spumante Metodo Classico rigorosamente a base del vitigno principe piemontese che potesse avere, un giorno, anche un proprio disciplinare condiviso. Questo giorno è arrivato.
L’ideatore
Il Ventesimo secolo è alle spalle, siamo all’inizio del nuovo millennio, e siamo nelle Langhe piemontesi. Qui lavora uno degli enologi più affermati del momento, Sergio Molino, uomo langhetto che ben conosce il nebbiolo. Dai vigneti di famiglia produce Barolo con l’etichetta dedicata a suo padre Ernesto Molino. Ebbene, dopo una serie di sperimentazioni, nel 2004 Sergio intuisce che la punta del grappolo del nebbiolo, tagliata in fase pre-vendemmiale, contiene l’acidità giusta per produrre spumanti metodo classico. Se pensiamo che stiamo parlando dei grappoli di un vitigno destinato da sempre a produrre solo grandi vini rossi strutturati, questa scoperta sorprende. È una novità assoluta.
Ma c’è di più. L’idea di Sergio Molino rivela un vantaggio per le aziende. Il grappolo di nebbiolo, privato della sua punta destinata allo spumante, continua la sua maturazione con la parte restante, ovvero quella meglio esposta alla luce e al sole. In cantina, quindi, per la produzione dei rossi entreranno uve con migliore maturazione e maggiore concentrazione.

L’Associazione Nebbione
L’idea convince subito alcuni dei migliori produttori piemontesi. Si inizia dunque a spumantizzare blanc de noir secondo l’intuizione di Sergio Molino, utilizzando le punte dei grappoli di nebbiolo solitamente tagliate un mese prima della vendemmia dei rossi. I risultati sono soddisfacenti, tanto che nel 2010 un gruppo di sei aziende, tra cui Franco Conterno e Enrico Rivetto, lavoreranno in sinergia per dar vita, nel 2017, all’Associazione Nebbione, con l’obiettivo di tutelare e valorizzare questa nuova interpretazione del Nebbiolo, secondo un disciplinare rigoroso.
Dalla stessa vigna, dagli stessi grappoli e dalla stessa annata, ora le aziende hanno la possibilità di utilizzare una parte del grappolo, con più acidità, per la produzione di un Metodo Classico e la restante parte, quella superiore più matura, per i grandi rossi a cui da sempre sono destinati.
Il disciplinare
Il blanc de noir da nebbiolo ha poche regole, ma chiare e rigorose:
- uve nebbiolo 100% esclusivamente da vigneti iscritti a DOC e DOCG;
- utilizzo esclusivo della punta sana del grappolo;
- pressatura soffice con resa massima del 50% (consigliata al 35-40% per una qualità superiore);
- vinificazione in acciaio e affinamento parte in acciaio parte in legno;
- rifermentazione in bottiglia con almeno 40 mesi sui lieviti e dosaggio zero o extra brut.
È evidente la volontà dei produttori di creare, con un gioco di parole, uno spumante di punta. Nessun cedimento a mode di mercato, nessun compromesso che vada a scapito della qualità. Non si transige su nulla. Un Metodo Classico, il Nebbione, che nasce dalla pazienza e dalla cura dei dettagli. La lunga sosta sui lieviti vuole garantire profondità e finezza in ogni bottiglia.
Sei aziende hanno aderito a questo progetto. Ognuna di loro ha scelto un nome da dare al proprio spumante, per cui il Nebbione resta solo il nome del progetto al quale si sono associate nuove aziende, ma dovremmo aspettare ancora un po’ prima di degustare i loro spumanti. Work in progress.
Le aziende fondatrici sono le seguenti:
- Travaglini con Nebolè Dosaggio Zero;
- Reverdito con Reverdito Extra Brut;
- Rivetto con Kaskal Dosaggio Zero;
- Franco Conterno Cantina Sciulun con NaPunta Brut Nature;
- Cascina Ballarin con M.C. Punte dei Tre Ciabot Extra Brut;
- Cantina La Kiuva (Val d’Aosta) con Traverse Rosé Extra Brut.
Un assaggio
Andiamo sulle colline di Gattinara per assaggiare uno di questi spumanti prodotti con il disciplinare dell’Associazione Nebbione. Io ho aperto il Nebolè 2019 di Travaglini, una cantina a conduzione famigliare situata nel cuore del Piemonte, nel vercellese, ai piedi del Monte Rosa.
Punte di nebbiolo 100%, vinificate in bianco, affinamento sui lieviti per 46 mesi. Dosaggio Zero.
Vista
Colore giallo paglierino brillante con riflessi dorati. La carbonica forma una spuma molto delicata.
Naso
Al naso, il vino è elegante, attraente, complesso. Alle note di pasticceria e crosta di pane tipiche del Metodo Classico, si affiancano aromi freschi di mela verde e pompelmo. Un sottofondo minerale con sbuffi di erbe selvatiche e nuances floreali.
Palato
L’acidità dirige il sorso, tonico e vivace. Una buona struttura, esaltata da una carbonica piacevolmente cremosa, conseguenza della lunga permanenza sui lieviti. I sentori percepiti al naso si ritrovano uniti a una buona sapidità che contribuisce al finale, lungo, persistente con leggerissima gradevole nota amaricante.
Un Metodo Classico di grande eleganza e soprattutto di carattere. Il dosaggio prossimo allo zero esalta la purezza del nebbiolo e la mineralità del suolo dove è nato. Ottimo per gli aperitivi, ma io l’ho tenuto a tavola dall’inizio alla fine del pranzo con un risotto ai frutti di mare e un branzino al forno con patate e olive. Non me ne sono pentito.
Conclusioni
Sono passati alcuni anni. Il progetto ha attratto sempre più sostenitori e altri produttori. Il Nebbione (marchio registrato) comincia ad espandersi dalle Langhe ad altre zone vocate al nebbiolo. Un’evoluzione lenta, silenziosa, ma determinata, che dimostra come il Piemonte non smetta mai di esplorare nuove strade e che non smetta mai di sorprenderci.
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