Etichette del vino: fra legge e arte

di Daila Lipfird

L’Associazione Italiana Collezionisti Etichette Vini (AICEV) definisce così le etichette dei vini.

“Sono piccole collezioni perché tutto sommato sono dei piccoli modesti pezzetti di carta, ma allo stesso tempo grandi, perché raffigurano celebri capolavori d’arte, che sempre più spesso abbelliscono le bottiglie di vino sulle nostre tavole”.

Le etichette sono piccole opere d’arte, quadri, disegni originali, angoli di immagini che si spezzano e si ricompongono unendo più bottiglie. Le etichette di molti vini appagano la vista prima ancora di aprire la bottiglia, sono una parte sempre più importante del prodotto e contribuiscono a creare un’immagine coerente. A Vinitaly, nella Design Packaging Competition, ogni anno viene premiato il packaging migliore.

In molti Paesi e, anche in Italia, sono ormai numerose le aziende vinicole che utilizzano i soggetti d’arte per le proprie etichette. Le aziende sanno bene quanto il packaging e il design sono parte fondamentale dell’offerta ed è questo il motivo per cui ci investono. Ciò accade soprattutto se un prodotto è destinato, a riposare per anni in cantina e a divenire, quindi, oggetto da collezione.

I produttori, oltre che agli studi grafici e di comunicazione, affidano ai grandi nomi della pittura il compito di “disegnare” la veste dei propri vini, per rendere pezzi unici le loro bottiglie, con l’intento di farsi ricordare dal consumatore e vendere di più.

L’attento studio del target e del mercato, in cui il prodotto è venduto, valorizzano ancora di più il legame con l’arte che diventa più efficace, quando non contano solo i messaggi immateriali da veicolare, ma soprattutto il mercato a cui il prodotto è indirizzato.

Il vino italiano è destinato soprattutto ai mercati esteri, in Paesi come la Cina, dove la cultura visiva è molto diversa dalla nostra, l’etichetta deve essere ben studiata, ben bilanciata per toccare le corde della sensibilità di quel tipo di consumatori, deve entrare in punta di piedi nella loro cultura, senza stravolgere l’identità del vino che essa rappresenta per facilitare la sua collocazione sul mercato.

Contenuto previsto dalla legge

È bene precisare che, escludendo lo spazio dedicato all’illustrazione d’artista, ci sono una serie di informazioni che per legge devono essere indicate sulle label del vino.

Le leggi attuali attorno a cosa sia legalmente necessario indicare per iscritto sulle etichette, possono essere così riassunte brevemente:

  • tipologia di un vino, ovvero con o senza denominazione (DOC, DOCG, IGT);
  • per i vini fermi con denominazione bisogna indicare l’annata della vendemmia;
  • tenore alcolico;
  • Paese di produzione;
  • nome o ragione sociale dell’imbottigliatore;
  • lotto di imbottigliamento;
  • indicazione degli allergeni (solitamente si indica “contiene solfiti” se un vino ne contiene una quota > 10 mg/l);
  • quota del liquido espressa in litri, cl o ml;
  • residuo zuccherino, per i vini spumanti;
  • importatore, se il vino è importato.

Si possono trovare anche note di degustazione, suggerimenti di servizio, scale di dolcezza o aneddoti.

Le etichette dei vini destinati a consumatori meno sofisticati spesso includono più dettagli esplicativi, mentre le bottiglie che sono ricercate da enofili seri, possono confidare che il loro target sia già formato e preparato.

Negli anni ’40, negli Stati Uniti, è stata introdotta la pratica di riportare la varietà di uva piuttosto che la regione di origine, pratica diventata standard negli anni ’70, con l’aiuto di Robert Mondavi. Molti consumatori di vino ritengono più facile comprendere le etichette dei vini in questo modo.

Ausilio della tecnologia

Attualmente la tecnologia è diventata un’ottima alleata dei produttori per aggirare i vincoli delle dimensioni delle etichette, lasciando quindi tutto lo spazio per “l’opera d’arte”. Il vincolo dello spazio, quindi, viene risolto con l’inserimento dei codici QR che, scannerizzati, forniscono informazioni aggiuntive, alcuni incorporano anche esperienze di realtà aumentata.

L’etichettatura RFID e NFC, e, più recentemente, la blockchain, definite tecnologie “intelligenti”, vengono invece utilizzate per verificare l’autenticità dei vini e combattere il problema dilagante delle frodi vinicole.

Negli anni ’90, Michel Chapoutier (leggendario produttore della Valle del Rodano), dopo aver appreso da un amico non vedente le difficoltà di cercare di selezionare un vino senza l’aiuto di un compagno vedente, ha iniziato a stampare un testo in braille su tutte le sue etichette di vino. Attualmente però la pratica è ancora lontana dall’essere diffusa e, purtroppo, le questioni legate all’inclusività non sono state ancora risolte.

Nonostante tutto, le etichette dei vini spesso possono essere fuorvianti, imprecise o confuse e, a differenza di quasi ogni altro cibo o bevanda, i dati nutrizionali sono raramente inclusi e gli additivi non sono mai rivelati.

QR Code su schermo

Origine ed evoluzione delle etichette del vino

È necessario fare un salto nel passato per comprenderne meglio l’evoluzione.

L’etichetta del vino è molto più antica di quanto si creda comunemente, anche se riguardo all’antichità è più corretto parlare di “incisioni” più che di etichette.

Egitto

Le prime “etichette” di vino conosciute, scoperte nelle tombe dei faraoni egiziani. Il vino era conservato in anfore di argilla, conservate in cantine organizzate meticolosamente.

Di questa sorta di etichettatura sono testimonianza le numerose anfore ritrovate nella tomba di Tutankhamon, deceduto nel 1323 a.C.

Ogni anfora era caratterizzata da un’iscrizione straordinariamente dettagliata sul suo contenuto: annata, regione, tipo di vino, contenuto zuccherino e valutazione della qualità. Il produttore e il proprietario del vigneto erano tutti identificati, così come l’occasione ideale per il consumo, come “vino per il giorno della riscossione delle tasse” o “vino per ballare”.

Da questi manufatti si evince non solo il ruolo prestigioso del vino nell’antico Egitto, ma anche della sorprendente enfasi sull’annata: il re Tutankhamon fu sepolto insieme a 26 anfore di vino, 23 di esse provenivano da sole tre annate eccezionali.

Epoca romana

Sull’iscrizione rinvenuta su un’anfora in cotto di epoca romana risalente con ogni probabilità al 51 d.C. vi si legge la seguente didascalia: “Vesvini/Imp-Vesp-C° S” ovvero, a detta degli esperti, “vino del Vesuvio, imperatore Vespasiano console”.

Su un’altra anfora è rinvenuta la dicitura “Lun-Vet/A-III-R/X/M/Valeri Abinnerici/Cornelia”, ovvero “Luna Vecchia, di anni tre, rosso, prodotto da Valerio Abinnerico e Cornelia”.

Dalla Gallia, poco tempo dopo, giunsero le botti, divenute poi patrimonio di monasteri e castelli soprattutto nel Medioevo. Per etichettarle veniva scritto sul fondo di legno quanto occorreva sapere.

Botte

Seicento

Con il metodo dell’incisione o dell’iscrizione su botte si arrivò fino al Seicento, epoca nella quale si affermò e si diffuse l’uso della bottiglia di vetro. Dobbiamo ringraziare il monaco benedettino Dom Perignon, il quale, mettendo a punto il suo metodo Champenoise, consentì alla bottiglia e al tappo di sughero di entrare a gamba tesa nel mondo dell’enologia. Anche l’etichetta fu prassi mandatoria, perché, essendo tutte uguali, le bottiglie di Champagne andavano contrassegnate con l’indicazione dell’annata, della provenienza e della qualità.

Veniva utilizzata una piccola targhetta di legno o a una pergamena arrotolata tenute legate al collo della bottiglia con un pezzo di spago. Rimangono testimonianze di etichette stampate a torchio datate alla metà del Settecento della ditta Claud Moet (oggi Moet Chandon), oppure l’etichetta tedesca di Rudsheimer Berg della Dilthey Sahl.

Come abbiamo visto, il contenitore del vino, nel corso dei secoli, ha cambiato svariate forme, passando da anfore e vasi di terracotta a caraffe e otri, arrivando, poi, fino al formato bottiglia dei giorni nostri. La bottiglia nel tempo diventa via via meno rara e costosa, sempre più liscia e regolare e dunque idonea ad accogliere un elemento cartaceo: l’attuale etichetta.

Bottiglia

Per quanto riguarda il percorso etimologico che porta all’impiego del termine “etichetta” ancora oggi non si hanno notizie certe, è un percorso senza dubbio piuttosto incerto.

Probabilmente, il termine “Etichetta”, deriva dal francese étiquette, connesso con un antico verbo apparso nelle forme di estechier, estichier e estiquier, estiquer, con il senso di piantare, conficcare, trafiggere e attaccare, fissare, e ancora con il senso originario di “dicitura, cartiglio” con cui s’indicava sulle buste e sui fascicoli il contenuto specifico, specie nell’uso burocratico e giuridico (pratiche, processi, relazioni, liste, ecc.): e poiché nelle segreterie di corte l’etichetta veniva a disporre un certo ordine o successione, la voce assunse il significato di “cerimoniale” (che osserva le precedenze).

Settecento e Ottocento

Fu solo all’inizio del 1700, quando le bottiglie di vetro fecero la loro prima apparizione nell’industria del vino, che la produzione e il design delle etichette iniziarono a modernizzarsi.

A seguito dell’incremento dei trasporti a lungo percorso aumentò la richiesta di bottiglie e la produzione del vino interessò la nascente industria, l’imbottigliatore dovette quindi garantire l’acquirente etichettando la bottiglia.

All’inizio si trattò di etichette generiche che indicavano esclusivamente il nome del vino, tracciato quasi esclusivamente nel classico stile inglese del Bodoni o in gotico, impresso su rettangoli di carta molto ornati e sui quali il produttore o il mercante aggiungeva il proprio nome e l’annata.

L’invenzione rivoluzionaria della litografia permise per la prima volta la produzione di massa di etichette; contemporaneamente, il rettangolo divenne la forma standard per le etichette dei vini, poiché massimizzava lo spazio disponibile per le informazioni e le illustrazioni. Il nuovo metodo di stampa diede ai produttori la libertà di introdurre disegni artistici e colori, aiutando a distinguere i loro vini dalla concorrenza.

Man mano che si andavano perfezionando le nuove tecniche di stampa, dalla litografia alla calcografia, anche le etichette si andarono perfezionando e divennero sempre più richieste, tanto da indurre i produttori a chiedere la collaborazione di artigiani e pittori per dar loro una veste artistica.

Le più antiche etichette in Italia risalgono ai fornitori della casa Savoia: i produttori piemontesi e i produttori siciliani.

Le etichette italiane del XIX secolo apportano una novità: concedono ampio spazio alla fantasia e traggono spunto dalla vita contadina o dall’araldica, riproducendo stemmi o medaglie appartenenti alle famiglie produttrici. L’orgoglio dei produttori va sempre più aumentando, le etichette che mettono in bella mostra menzioni d’onore, trofei e targhe diventano un vero e proprio vanto. Vengono stampate etichette in occasione di grandi eventi per decorare le bottiglie dedicate a grandi personaggi o avvenimenti importanti, assumendo l’aspetto di veri e propri capolavori.

Novecento

Il XX secolo vide una rinascita creativa per le etichette dei vini, etichette sorprendenti che danno al vino già nobile, un’aria ancora più sofisticata e prestigiosa. Nel 1924, il barone Philippe de Rothschild per l’etichetta di Mouton Rothschild commissionò un’illustrazione d’artista. Nel 1945, consolidò l’ormai lunga tradizione di collaborazioni artistiche dello château, che incluse Picasso, Dali, Warhol e molti altri.

All’inizio del nostro secolo appaiono le etichette decorate, i paesaggi, i personaggi pittoreschi o faunistici, ai quali il decoro della Belle Epoque porta la sua ricchezza ornamentale.

Nel 1950, però tutto cambia: la legge impone un’etichetta più pedante, didascalica. Nasce la regolamentazione comunitaria che ha fissato in termini inderogabili le prescrizioni obbligatorie per tutti i tipi di vino. In definitiva l’etichetta del vino deve rispondere alle richieste di mercato, deve indicare le caratteristiche del vino, deve alludere e promettere, deve illustrare il sapore del vino e della sua terra di origine.

Oggi, invece, quando si tratta di estetica delle etichette dei vini, va bene praticamente tutto, e quello che si legge sulle etichette varia altrettanto ampiamente. Il testo dell’etichetta varia da precise informazioni tecniche a un minimalismo netto.

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