Luigi Tecce: storia, tradizione e miti greci sul vino

di Claudio Trinca

L’istrionico Luigi Tecce è una figura di spicco nel panorama enologico irpino. La sua dedizione alla terra e alla tradizione lo rende un soggetto di immenso interesse per qualsiasi appassionato di vino e non solo. Perché Tecce non si limita a produrre vini, ma condensa in sé la storia e i miti di una cultura che affonda le sue radici nell’antichità, fino alla Grecia classica.

Ritorno alla terra

Nella vita, Luigi Tecce voleva fare tutto tranne che il viticoltore. Fu un lutto improvviso a portarlo, o meglio a riportarlo nel 1997 in quel mondo rurale da cui si stava lentamente allontanando ma che, poi non lascerà più. Oggi non è solo un viticoltore; è il custode di uno stile di vita che sta rapidamente svanendo in molte parti del mondo. Nato e cresciuto a Paternopoli, nel cuore dell’Irpinia. Il legame con la sua terra è profondissimo, intessuto nella fibra stessa del suo essere.

“Ho avuto la fortuna di essere vissuto insieme ai nonni. Il mito raccontato di notte davanti al fuoco del camino. Ho assorbito un vissuto, una tradizione a cui il mio modo di lavorare si ispira, fino a sentirmi un pezzo di un museo storico”.

(L. Tecce)

La sua storia è quella di un impegno incrollabile verso le sue radici, che affondano fino alla Magna Grecia. Costretto a tornare al suo paese, dicevo, per un lutto improvviso e repentino, scelse di rimanere definitivamente nella sua casa ancestrale e dedicarsi alla difficile arte della viticoltura secondo la tradizione. Non è un uomo che ha seguito una moda; è un uomo che incarna la saggezza senza tempo di generazioni di contadini.

Cafiero Filippelli – Al focolare – Interno serale con gruppo di famiglia

Il mondo rurale e vitivinicolo secondo Tecce

Per Tecce il mondo rurale dei suoi nonni non è una cartolina statica riposta nel cassetto, ma un’entità dinamica e vivente. Sin dall’inizio della sua nuova attività, si rende conto che il carattere unico dell’Irpinia – i suoi suoli vulcanici, i suoi microclimi – è ciò che conferisce ai vini la loro personalità distintiva. È pertanto un convinto sostenitore della conservazione dell’integrità di questo ambiente, ma non solo da un punto di vista geografico, anche e soprattutto sotto l’aspetto storico e culturale. È l’essenza stessa della sua arte.

“Il vino è un prodotto oltre che della terra, anche storico culturale. Il valore aggiunto dell’Italia è il suo valore storico culturale, non solo geografico. Il vino ha una tradizione umana millenaria che dovrebbe raccontare, più di quella dell’enologo e del protocollo disciplinare. Nulla di personale contro gli enologi e la scienza. Ma produrre migliaia di bottiglie senza considerarle un prodotto storico culturale credo che sia una perdita drammatica“

(L. Tecce)

Il suo pensiero sul mondo vitivinicolo è dunque chiaro: deve essere autentico, senza avanguardismi o passatismi modaioli, profondamente radicato nella tradizione. In un’era di globalizzazione e omologazione, Tecce si erge come un custode intransigente di vitigni autoctoni e tecniche di vinificazione secolari. Crede che il vino debba raccontare una storia – la storia della sua terra, della sua annata e delle mani che lo hanno creato. Questa prospettiva è un rinfrescante antidoto agli aspetti a volte eccessivamente commercializzati dell’industria vinicola, ricordandoci che la vera grandezza risiede spesso nella semplicità, nell’autenticità anteposta all’artificio.

Luigi Tecce attrae con il suo eloquio semplice, ma puntuale e lucido. Incanta con sua profonda conoscenza della cultura sociale a cui sente di appartenere. Non a caso lo chiamano ‘o prufessóre, il professore, pur non avendo lui alcun titolo accademico. La sua è solo antica saggezza.

Consiglio vivamente di leggere o di ascoltare le sue commosse interviste.

Vini e miti

Quando parliamo dei vini di Luigi Tecce, parliamo di espressioni dell’Irpinia nella loro forma più pura. E nei calici versiamo non solo l’unicità del territorio, ma anche la tradizione e i miti del mondo magnogreco a cui quei territori appartennero per secoli. Due sue magistrali interpretazioni dell’aglianico ci esemplificano questo concetto:

  • Calipso (aglianico rosato)
  • Poliphemo (Taurasi)
Calipso seduce Ulisse promettendogli immortalità

Calipso

Il “Calipso“ di Luigi Tecce è un rosato che conserva tutta la parte scheletro della potenza dell’aglianico, qui utilizzato al 100%. Il nome evoca il celebre mito della ninfa Calipso che tentò di trattenere Ulisse con la sua irresistibile seduzione.

Come la dea, il rosato Calipso seduce con la sua eleganza aromatica di piccoli frutti rossi, agrumi e note floreali, e la sua freschezza vibrante che invita al sorso. È un rosato che incanta, ma non con l’aggressività, piuttosto con una finezza complessa che non ci aspetteremmo dall’aglianico, che gli conferisce struttura e mineralità inusuali per questa tipologia.

Allo stesso tempo è un vino ammansito dalla mano del produttore, come Ulisse fu ammansito da Calipso. La mano sapiente di Tecce ha guidato l’irruenza dell’aglianico verso la raffinatezza.

Ulisse offre vino a Polifemo inducendolo all’ubriacatura

Poliphemo

Il “Poliphemo” di Luigi Tecce, un Taurasi 100% aglianico, racchiude in sé una profonda lezione sul “saper bere”, attingendo al mito greco. Il ciclope Polifemo, accecato da Ulisse dopo aver abusato del vino, è una metafora potente: non basta bere, bisogna saperlo fare, e con moderazione.

Nell’antica Grecia, il vino era sacro, ma disdicevole l’eccesso che portava alla rovina, alla perdita di lucidità e dignità. Oggi, questa lezione antica è più che mai attuale, con l’abuso sempre più diffuso di alcol soprattutto tra i giovani: questi possono rimetterci la vita, Polifemo ci rimise la vista.

Il “Poliphemo” di Tecce non è dunque un vino da consumarsi frettolosamente. La sua potenza monumentale, la struttura complessa e la lunga evoluzione richiedono rispetto e contemplazione. Questo aglianico in purezza invita a un assaggio lento e consapevole, rivelando strati di frutta scura, spezie e mineralità vulcanica.

Ogni sorso è un invito alla consapevolezza: è l’antico monito alla misura, evitando l’eccesso che, come per Polifemo, può rischiare di accecare la nostra “vista” sulla realtà.

C’è la storia nel calice

I vini di Luigi Tecce non sono semplicemente bevande; sono manufatti culturali, narrazioni liquide che parlano di cultura, tradizione e un impegno incrollabile per la qualità. Presentare un vino Tecce a un ospite significa offrirgli più di un semplice bicchiere; significa invitarlo a un viaggio nel cuore dell’Irpinia magnogreca, a sperimentare la profonda connessione tra uomo, storia, terra e vite. Nel calice non si versa vino, si versa un mondo.

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