Armenia: il più giovane paese vinicolo più antico

di Claudio Trinca

Se ripercorriamo la storia del vino, quasi tutti i sentieri ci porteranno in Armenia. Questa terra a sud della catena del Gran Caucaso, incastonata tra la Georgia, l’Azerbaigian e la Turchia, è stata la patria delle prime viti del mondo, forse addirittura della prima cantina. Dopo un lungo periodo di decadenza, oggi la viticoltura armena è di nuovo in ripresa. Raccontiamo qualcosa di questa interessante e promettente rinascita.

Il Regno di Armenia

Il Gran Caucaso è un poderoso sistema montuoso che corre dal Mar Nero al Mar Caspio, nella regione che da esso prende il nome. Poco più a sud di questo lungo complesso montagnoso si estende il territorio dell’Armenia, un fiero paese che oggi occupa appena il 10% dell’antico Regno di Armenia. Se si pensa che questo regno, all’apice della sua potenza con Re Tigrane il Grande (95-55 a.C.), arrivò ad espandersi dalle rive del Mar Caspio a quelle del Mediterraneo, dando del filo da torcere perfino ai Romani, si resta basiti nell’apprendere che, attualmente, la Repubblica di Armenia è poco più piccola del nostro Piemonte e della Valle d’Aosta insieme, e non ha nessuno sbocco sul mare. Ma della sua storia immensa, qualcosa è rimasto intatto: l’orgoglio identitario del suo popolo che si dice discendente di Hayk.

La Terra di Hayk

Al termine del Diluvio Universale, il patriarca Noè si ritrovò arenato con la sua arca sul Monte Ararat. Scese dalla salvifica imbarcazione con i tre figli Sem, Cam e Jafet, insieme a tutti gli animali e le piante che aveva salvato dall’inondazione. Essendo agricoltore piantò una vigna alle pendici di quel monte (Genesi, cap. 9).

Questo racconto, che è un miscuglio di storia, di leggenda e fede, rappresenta la fierezza del popolo armeno. E per un motivo molto importante: loro, gli armeni, si ritengono essere discendenti di Hayk, figlio di Jafet, nipote di Noè, e quindi discendenti di colui che piantò il primo vigneto sulla terra dopo il diluvio. Tanto è vero che gli armeni chiamano loro stessi Hayer dal nome del personaggio eponimo della loro identità, e chiamano il loro paese Hayastan traducibile come Terra di Haik. Anche se oggi appartiene alla Turchia, il Monte Ararat con la cima innevata resta un simbolo iconico e sacro della immensa storia di questo piccolo grande paese. Ma c’è di più.

Disceso dall’arca, Noè, ancor prima di piantare le sue viti, pensò di costruire un villaggio. Si guardò attorno, quindi alzò il braccio e indicò l’area individuata pronunciando a gran voce: “Yerevats!” (“è apparso!”). Su quel terreno scelto da Noè oggi sorge la capitale armena, Yerevan, che prende il nome proprio dall’esclamazione del patriarca biblico.

La caverna di Areni

Pensatela come volete. La storia dell’Arca di Noè può essere leggenda, tradizione o puro atto di fede, ma la verità è che la storia del vino in Armenia è davvero molto antica. La primogenitura della viticoltura se la contendono da sempre con i georgiani. E nel bel mezzo di questa calorosa discussione un team internazionale di archeologi, guidati dall’armeno Boris Gasparyan, fa una sensazionale scoperta. A poco meno di un centinaio di chilometri dal Monte Ararat, in un villaggio di nome Areni, all’interno di una caverna viene scoperta quella che si ritiene essere la più antica cantina vinicola del mondo, risalente a 6.100 anni fa. Gli scavi, iniziati nel 2007 si conclusero nel settembre del 2010.

L‘Areni-1 (come è stata denominata tecnicamente dagli archeologi) è un’ampia grotta all’interno della quale sono state rinvenute vasche di fermentazione, giare di stoccaggio, resti di vinaccioli e perfino un primordiale torchio. La presenza di resti umani in alcune giare ha fatto pensare a rituali sacri forse con sacrifici umani, in cui il vino, come simbolico sangue della terra che inebria le menti, apportava misticismo ai riti. Va da sé che la vicinanza di Areni-1 al Monte Ararat ha avuto sugli armeni un effetto suggestivo, provante in qualche modo la loro nobile discendenza. Certamente ha segnato un punto a loro favore riguardo alla primogenitura della viticoltura.

Il letargo e il risveglio

In Armenia si è dunque vinificato dai tempi di Noè. Purtroppo la progressione produttiva rallentò e terminò con l’invasione dell’Armata Rossa nel 1920. Il paese venne lentamente incorporato nella Federazione delle Repubbliche Sovietiche (ex URSS). A partire dai primi anni 30 del secolo scorso, il Soviet Supremo, nella programmazione dei piani economici quinquennali, affidò alla Georgia il compito di produrre vino e all’Armenia quello di produrre brandy. Pertanto nella gloriosa terra di Hayk tantissimi vitigni furono espiantati per far posto alle varietà più adatte alla produzione di distillati, spesso collocate in zone decisamente sfavorevoli al solo scopo di aumentarne le quantità. La produzione di quei vini fermi armeni tanto ambiti da governanti assiri e babilonesi cadde in un lungo letargo.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, l’Armenia riacquista la sua sovranità e lentamente si risveglia da quel letargo. Quello che è oggi conosciuto come rinascimento del vino armeno è dovuto principalmente e soprattutto agli armeni della diaspora, che desiderosi di contribuire allo sviluppo del loro paese, forti delle loro esperienze all’estero, sono rientrati in patria e si sono fatti artefici di grandi progetti vitivinicoli. L’elenco di questi giovani produttori è davvero lungo. Molte le donne.

“Tutto è ancora fluido, da qui a 10 anni i vini armeni cresceranno e cambieranno moltissimo” dice Aimee Keushguerian, fondatrice della Zulal Wines (zulal in armeno significa puro)

Logo della Wine Fondation of Armenia

La Fondazione

Dunque in Armenia tutto è ancora fluido. La vinificazione è già ad un buon livello, ma si è ancora agli inizi. Il governo centrale sta dando una grande mano. Innanzitutto riconoscendo la vitivinicoltura come un settore prioritario dell’economia. Quindi, per lo sviluppo efficiente e coordinato di questo settore, nel 2016 ha istituito la VWFA (Vine and Wine Foundation of Armenia). A guidare questa fondazione governativa interprofessionale è stata chiamata Zaruhi Muradyan, una brillante donna che si era guadagnata gli onori della cronaca nel 2012 con la sua cantina Zara Wines, divenuta in quegli anni un caso nazionale che fece da apripista all’imprenditoria femminile.

La VWFA si pone più obiettivi, puntando sempre all’eccellenza. L’obiettivo prioritario è sviluppare la viticoltura locale. Ma questo non sarebbe possibile senza quelle che sono le altre missioni istituzionali della Fondazione:

  • promuovere l’Armenia come Paese esportatore di vino;
  • aumentare la competitività dei vini armeni;
  • migliorare il quadro legislativo riguardo al sistema di controllo della qualità;
  • fornire materie prime di alta qualità alle aziende.

Inoltre, la VWFA organizza corsi di formazione e riqualificazione degli enologi e dei tecnici del vino in generale.

Il vino è una parte inseparabile della nostra storia. Le sue testimonianze sono ovunque: negli ornamenti, nei rituali, nella nostra vita quotidiana. Non potevamo continuare a restare nell’ombra, non potevamo non tornare al mondo della supremazia del vino” (Zaruhi Muradyan, Direttore Esecutivo della VWFA).

L’Accademia

Per farvi capire quanto gli armeni siano fortemente motivati e stiano correndo per bruciare le tappe, oltre alla fondazione governativa VWFA, nel 2017 viene istituita la EVN Wine Academy. Con sede nella capitale Yerevan, è un’istituzione educativa di alto livello, il cui principale scopo è quello di creare una classe di professionisti nel settore vitivinicolo. Dotatosi sin da subito di un corpo docente esperto, di una rete di contatti con altre prestigiose accademie nel mondo, in Germania in particolare, e creando programmi didattici rigorosi, l’Accademia offre corsi di viticoltura, enologia, marketing e turismo del vino, le cui lezioni sono tenute esclusivamente in inglese, a prova dell’aspirazione di questo fiero popolo di uscire definitivamente dal sonno letargico in cui era caduta la loro millenaria viticoltura e aprirla al mondo.

Una docente di questa vivace e brillante Accademia è Mariam Saghatelyan, altra donna di successo sulla scena del vino armeno. Eletta Miglior Sommelier dell’Armenia nel 2023, coproduttrice nell’azienda Trinity Canyon Vineyards e partner principale di InVino, la prima enoteca specializzata di Yerevan e di tutta l’Armenia, Mariam è stata gradita ospite della Scuola Italiana Sommelier (SIS) per una lectio magistralis in videoconferenza con degustazione di vini armeni. Dell’evento lei stessa ne ha parlato con entusiasmo in un post pubblicato sul sito ufficiale della VWFA.

Fotografia di Mariam Saghatelyan,
Mariam Saghatelyan – presentazione della degustazione tenuta con la SIS

La degustazione

Nella degustazione organizzata dalla SIS con Mariam Saghatelyan, svoltasi il 5 giugno 2024, sono stati assaggiati 2 vini bianchi, un rosato e tre rossi:

  • Tus 2018 (vino bianco – vitigno Lalvar);
  • The Beauty 2019 (vino bianco- vitigno Voskehat);
  • Jraghatspanyan 2019 (vino rosato – vitigno Tigrani);
  • Qotot 2018 (vino rosso – vitigno Areni);
  • Noa Areni 2017 (vino rosso – vitigno Areni);
  • Voskevaz Karasi Collection Areni Noir 2017 (vino rosso – vitigno Areni).

Alla degustazione i vini bianchi e il rosato si sono presentati originali, identitari, con emozionanti profondità evocative. Nel calice s’avvertiva il retaggio ancestrale, mistico e remoto. Non facili da decifrare al primo impatto, ma anche difficili da dimenticare quando sono compresi. Una bella novità. Mi hanno commosso.

I vini rossi, tuti e tre ricavati dal vitigno principe dell’Armenia, l’Areni, erano di notevole fattura. Si sono presentati intensi, corposi, con opulenza olfattiva e gustativa. Il passaggio nei Karasi (le anfore armene) del Voskevaz Areni Noir ha aggiunto gradevole sapidità e freschezza nel calice. Ma con i rossi non c’è stata la sorpresa del nuovo quanto con i bianchi, almeno io non l’ho avuta. Prodotti in cantine guidate da tecnici svizzeri, francesi e anche italiani (la Qotot e la Noa) personalmente vi ho trovato la loro mano europea. Sulla base della mia impressione gustativa ho contattato Mariam Saghatelyan tramite email, per esporle la mia perplessità, ovvero le ho chiesto se la presenza di enologi stranieri in Armenia non condurrà alla lunga a produrre vini con impronta eccessivamente occidentale, a favore del mercato e in barba alla storia e alla tipicità. A rafforzare questo mio dubbio, il fatto che durante la degustazione dell’Areni, vitigno al 100% armeno e non collegato a nessuna altra varietà mondiale, lei si sia riferita spesso ai vitigni rossi internazionali, per convalidarne la qualità. Mica vorranno vinificarlo e presentarlo come il Pinot nero dell’Armenia? Mi sono chiesto e le ho chiesto.

Mariam mi ha gentilmente risposto così:

“Onestamente abbiamo ancora molta strada da fare per ottenere il riconoscimento internazionale e pensiamo che il punto principale per ora è avere l’aiuto dall’estero (aziende QOTOT e NOA per esempio) per aiutarci per ora spianare la strada e per dimostrare che l’Armenia può produrre vini di buona qualità. Ma la nostra storia sarà sempre presente nei nostri vini [….] Le varietà armene sono qualcosa di completamente nuovo per tutti e poiché il Pinot nero, il Gamay e persino il Cabernet Sauvignon sono già familiari, nella degustazione stavo cercando di creare parallelismi tra i vini armeni e queste varietà ben note – forse non dovrei farlo e attenermi solo alle note di degustazione? [… ]” (Mariam Saghatelyan)

Se vi doveste trovare a Yerevan, andate in via Martiros Saryan, 6. Troverete l’enoteca di Mariam. Passate a trovarla. Ne sarà felicissima.

InVino enoteca armena
InVino – la prima enoteca specializzata ad Yerevan

Le normative

Tutto è fluido, lo ripetiamo. Il mondo del vino armeno è tutto in potenziale. Al momento, non è stato ancora creato un sistema di denominazioni di origine ufficiale, né approntati disciplinari come quelli esistenti in paesi come la Francia, la Spagna o la nostra Italia. Tuttavia, questo non significa che la produzione di vini armeni non sia regolamentata. Sono state varate dalle istituzioni governative una serie di norme generali per garantire i requisiti essenziali di qualità. Queste riguardano l’elenco dei vitigni consentiti, le pratiche viticolturali e le tecniche di vinificazione. Ma è tutto in divenire, quelle norme sono solo i primi passi verso un riconoscimento più rigoroso e formale della tipicità e qualità dei vini armeni. Per ora, sulla scorta di esperienze personali sviluppate all’estero, i produttori armeni sviluppano proprie etichette private, indicando la regione di provenienza e i vitigni.

Festina lente

Affrettati lentamente. È così che sta procedendo il rinascimento vitivinicolo armeno veloce, ma con un passo alla volta. E non potrebbe essere diversamente, perché la strada da percorrere è ancora lunga e piena di tornanti in salita. C’è da recuperare tanto tempo perso e, soprattutto, c’è da vincere e convincere un mondo che per ora resta in silenzio. Tanti non si sono accorti che l’Armenia ha ripreso a produrre vino, troppi ignorano che l’Armenia lo produce da millenni. Un vino con un grandissimo potenziale di qualità. Cosicché il giorno che sugli scaffali delle nostre migliori enoteche faranno bella mostra pregiate bottiglie armene, nessuno le avrà viste arrivare.

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