L’Alba d’oro di Taranto: il Natale più lungo d’Italia

di Francesca Camarda

Le tradizioni culinarie natalizie pugliesi si districano tra molteplici varianti che dall’8 dicembre imbandiscono le tavolate delle feste: le famose cartellate accompagnate dal miele o dal vincotto; i sannachiudre o purcidduzzi, sia dolci che salati, che non sono altro che i cugini pugliesi dei più famosi struffoli; il menù a base di pesce della vigilia e i vari torroni accontentano ogni palato.

Ciò che più rappresenta il Natale pugliese, però, non è solo una vivanda tipica, ma un vero e proprio simbolo nato da un errore, in un periodo che col Natale aveva poco a che fare, ma che col tempo è diventato fortemente caratterizzante.

Immaginate, infatti, di trovarvi a Taranto, in un giorno di metà novembre e di svegliarti nelle prime luci dell’alba da musiche a festa provenienti dalle strade. Dalle case, un profumo e uno sfrigolio si diffondono, invogliando a scoprire cosa accade. Tutto questo succede ogni 22 novembre per i festeggiamenti in onore di Santa Cecilia.

Santa Cecilia: patrona della musica e dei musicisti

Cecilia visse presumibilmente a Roma tra il II e il III secolo d.C., in un’epoca in cui il cristianesimo era ancora perseguitato. Figlia di nobili, venne data in sposa al patrizio Valeriano il quale, appreso della conversione al cristianesimo della sua futura sposa, si fece catechizzare e battezzare da Papa Urbano I, insieme a suo fratello.

I due vennero ben presto perseguiti e decapitati per ordine del prefetto. Quest’ultimo decise di giustiziare anche Cecilia che, miracolosamente, sopravvisse alla tortura del calidarium (bagno caldo) portato alla massima temperatura.
Morì, invece, il 22 novembre, dopo giorni di agonia a seguito di tre colpi inferti sulla nuca per causarne la decapitazione.
Il legame con la musica è da collegarsi all’antifona di introito della Messa che recita: Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore”.

Santa Cecilia

Le melodie del Natale: le pastorali

Le melodie citate poc’anzi sono gentilmente offerte dalle bande cittadine che prima dell’alba percorrono i quartieri più importanti del borgo antico mentre eseguono le cosiddette pastorali.
Queste composizioni sono tipiche del Natale poiché, originariamente, erano collegate alle vicende dei pastori che vennero guidati dagli angeli verso la grotta del Bambin Gesù.

Origine delle pastorali

La nascita delle pastorali si può collocare nell’800 quando, durante il periodo freddo, gli zampognari, provenienti da Abruzzo e Molise, giungevano nel Salento per poi sostare a Taranto durante il periodo natalizio, intonando melodie e musiche per le strade battute.
Solo nel 1870 nacque la prima banda cittadina chiamata la Banda Municipale di Taranto che, ispirata dal passaggio degli zampognari, iniziò a muoversi per le vie della città intonando una timida “Tu scendi dalle stelle” a cui, nel corso del tempo, vennero aggiunte sempre nuove melodie.
Ci vollero più di cento anni affinché, nel 1987, nascesse la prima pastorale tarantina, che diede il via alla creazione di un ricco repertorio, oggi contenente più di venti composizioni.  

Ed è qui che prende il via la magia natalizia tarantina, ovvero il Natale più lungo d’Italia.

Storia di un pane mai nato: le pettole

E mentre la musica inonda i vicoli della città, le case si colmano di deliziosi sapori.
Sono le mamme tarantine che preparano per la famiglia le succulente pettole, già di buon mattino.
Queste non sono altro che delle golose frittelle, consumate in modi diversi: semplici, con condimenti vari o, come è più consueto fare a Taranto, ripassate nello zucchero.

Pettole

Origine delle pettole

L’origine delle pettole si districa tra molteplici leggende.
La più accreditata è quella che narra di una giovane massaia, residente in Città Vecchia, che, intenta a preparare il necessario per il primo pasto della giornata, venne distratta dalle melodie che riecheggiavano nei vicoli proprio durante il 22 novembre.

L’incanto fu tale che si dimenticò dell’impasto del pane lasciato a lievitare, il quale a quel punto crebbe troppo. Per evitare di sprecare il composto cresciuto, pensò bene di tuffarne nell’olio bollente delle piccole porzioni che diedero vita alle più note pettole. Ci aggiunse poi dello zucchero in superficie per sfamare i figli durante la colazione.

Il termine pettole deriva dalla parola dialettale “pitta” che vuol dire “focaccia”. È da intendersi, quindi, come una piccola focaccia, che si rifà alla morbidezza dell’impasto.
Un significato ancora più arcaico traduce dal greco antico il termine pettole con “palline” o “cuscini”, riconducibile alla tipica forma tondeggiante.

Conclusioni

Da qualche anno è ormai consuetudine che i comuni limitrofi alla provincia tarantina abbiano accolto questa golosa tradizione, che dona in anticipo quel calore proprio delle feste natalizie.
In molti ristoranti capita sovente di poterle gustare anche nei periodi più disparati dell’anno, consumate spesso come antipasto o durante gli aperitivi più ricchi.

Sicuramente la possibilità di godere di queste prelibatezze in maniera assidua è un punto a favore per i più golosi, ma personalmente credo che in questo modo vada a perdersi la particolarità di un prodotto che con la sua presenza esprime un concetto più ampio, quello di identità e appartenenza a un territorio.
Sono dell’idea che quando un alimento viene circoscritto in un determinato periodo, specialmente se a ridosso delle festività, esso confluisca nel grande insieme delle tradizioni ed esca fuori dal concetto del mero cibo.
Nel nostro caso, le pettole vengono prodotte in un periodo ben preciso dell’anno e da un soggetto che più di tutti emana calore: la mamma. E cosa c’è di più poetico di una madre che prepara da mangiare per la propria famiglia durante le feste? Assolutamente nulla.

Buone feste a tutti!

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